Sarebbe bello, in questo mondo così complesso, in questa realtà così contraddittoria, avere una bussola per orientarsi. Per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, per costruire almeno una propria chiave di lettura per leggere, interpretare, provare a cambiare la realtà che ci circonda. Questa notte gli Stati Uniti d'America hanno unilateralmente attaccato un Paese sovrano quale la Siria, non rispettando le regole del diritto internazionale e adducendo come motivazione la necessaria risposta al barbaro - presunto, non certo - uso di armi chimiche da parte del regime di Assad. Stamane, al mio risveglio ho trovato la mia time-line di Facebook invasa da legittime quanto perentorie considerazioni: chi con Trump perché Assad è uno spietato dittatore, chi contro Trump perché Assad è sì un dittatore, ma comunque Trump è un imperialista guerrafondaio. Chi, ancora, sempre contro Trump perché Assad non è un dittatore, e comunque non è detto le armi chimiche le abbia usate lui. Chi con Putin, chi con Erdogan, chi addirittura con l'Isis o i jihadisti. Chi pacifista senza se e senza ma, chi guerrafondaio, chi “l'importante è che i profughi non arrivino qua”. La storia si inclina, proprio nel momento nel quale pare più difficile interpretarla, nel quale si è più soli nel viverla, aumentano le certezza e la loro velocità e intercambiabilità. Svanisce il dubbio, si alimentano le urla, le tifoserie, la ricerca spasmodica della sicurezza, se non fisica, almeno della parte dalla quale stare. Per quelli della mia generazione, in particolare, e per quelli cioè divenuti anagraficamente e politicamente maggiorenni negli anni tra la guerra del Kosovo ed il G8 di Genova, il tema della pace e quello della guerra continua ad essere uno spazio di divisione, un luogo ideale irrisolto, un sentimento aspro di lacerazione individuale, collettivo, politico. Dove inizia e dove finisce il confine tra il diritto internazionale, e l'ansia e la necessità di giustizia, e quindi di intervento, dinanzi alle dittature, alla violenza etnica e religiosa, all'avanzata militare dei fondamentalismi? Come si coniuga il rispetto della sovranità nazionale con il dovere di sostegno a quei movimenti di liberazione quali la Primavera araba così velocemente appassita? Come convivono una idea della pace come strumento e come obiettivo, con la necessità di difendere e sostenere chi a Kobane o Mosul lotta - e muore - per la libertà? Certo, c'é da rilanciare la moratoria unilaterale sulla vendita delle armi a Paesi direttamente o indirettamente protagonisti di regimi dittatoriali, c'è la necessità della diplomazia e del dialogo, ci sono gli strumenti della politica che non possono e non devono mai cedere il passo alla logica del conflitto. Ma quando tutto questo fallisce, o quando tutto questo ha tempi ed orizzonti lunghi, come si comporta, cosa fa e come agisce la democrazia dinanzi alla concretezza e all'immediatezza delle morti, delle esecuzioni, del terrore diffuso e globale. Come si distingue tra strumentalizzazioni e indifferenza? Qual è il confine tra la pace e l'ignavia? Sono domande aperte, alla quali dovremmo velocemente rispondere. E sulle quali sarebbe bello, giusto, che la politica, la società civile, i media, tornassero a discutere.