Il Gruppo Vivendi ha presentato ricorso al Tar contro la delibera dell'Agcom del 18 aprile scorso. Delibera con la quale l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (dopo un’istruttoria aperta il 21 dicembre scorso in merito alla scalata Mediaset da parte di Vivendi) ha accertato che la posizione della società francese non risulta conforme alle prescrizioni della Legge Gasparri a causa delle partecipazioni azionarie in Telecom Italia (23,9%) e Mediaset S.p.A (28,8%). L’Agcom ha dunque intimato a Vivendi di rimuovere la posizione vietata entro il 18 aprile 2018 (12 mesi). Inoltre Vivendi avrebbe dovuto entro oggi – e sembra che lo farà attraverso il congelamento dei diritti di voto oltre il 9,9% in Mediaset - presentare uno specifico piano d’azione.

Ad aprire le danze di questa annosa vicenda un esposto di Mediaset che ha tirato in ballo l’articolo 43 comma 11 del Tusmar (testo unico dei servizi dei media audiovisivi e radiofonici). Articolo che prevede che le imprese, anche attraverso società controllate o collegate, i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche sono superiori al 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore, non possono conseguire nel sistema integrato delle comunicazioni ricavi superiori al 10 per cento del sistema medesimo. Norme che impediscono dunque di riunire sotto lo stesso cappello l’operatore dominante delle tlc con un player importante dei media.

Sullo sfondo, naturalmente la querelle – ora finita in Tribunale a Milano con corpose (e reciproche) richieste di risarcimento danni – del contratto di acquisto da parte di Vivendi di Premium, la pay tv del Gruppo Mediaset. Un contratto (fortemente voluto dall’ad Pier Silvio Berlusconi, sotto la regia di Tarak Ben Ammar) sottoscritto l’8 aprile 2016 che prevedeva che il 3,5 del capitale di Vivendi fosse scambiato con il 3,5% della azioni Mediaset più il 100% del capitale di Premium. Un accordo da finalizzare entro il 30 settembre scorso e poi disatteso dal gruppo francese. Una brutta storia, che sta costando a Premium una drastica “dieta” in termini di costi e di diritti tv. Ora saranno un’Authority, un Tribunale (e un Tar), a scrivere (forse) la parola fine.