Gabriele Muccino arriva a Giffoni nell’ultima giornata del festival per incontrare i giovani giurati e per ricevere il Premio Truffaut. A chi gli chiede come si pone verso gli attori che dirige risponde “Ho quasi sempre avuto momenti molto felici con gli attori con cui ho lavorato perché mi relaziono molto con loro. La sceneggiatura la scrivo e riscrivo e spesso rivedo e adatto scene e dialoghi agli attori e alla loro natura per creare una corrispondenza con i personaggi che interpretano. Esiste un lavoro attento di tessitura tra scrittura e regia. E’ per me davvero raro non andare d’accordo con gli attori”. “Nel mio lavoro spesso mi metto in sfide complesse perché - continua - fare film che raccontano sentimenti e fragilità umane è un’operazione da funambolo. Se fai un film d’azione sei protetto dal genere. I film cosiddetti drammatici, che parlano della vita vissuta, possono far emergere reazione davvero controverse nel pubblico. Alcuni miei film hanno spaccato letteralmente gli spettatori. Io – spiega - cerco sempre di provocare una reazione nel pubblico. Il nostro è un lavoro nel quale il talento è il vero motore. Ci vuole tenacia, fermezza nei propri istinti e la capacità di non farsi demoralizzare. Gli ostacoli da superare sono immensi. C’è sempre un traguardo importante e nulla è scontato”.

A chi gli chiede com’è lavorare in America dice “fare un film con e sugli americani è molto complesso perché ti trovi davanti a un gap quasi incolmabile”. Parlando de “La Ricerca della Felicità” - dice - “il titolo esisteva già e non sapevo fosse una frase tratta dalla dichiarazione di indipendenza di Jefferson ma l’ho scoperto solo dopo avvicinandomi alla storia. Quella è stata un’operazione molto complessa perché cercare di capire l’America per noi non è facile. Will Smith in quel frangente mi ha molto sostenuto e protetto. In America essere un regista in possesso dell’opera è quasi impossibile e lui mi ha difeso dalle invasioni di campo produttive legate al modo in cui è strutturato il cinema americano. In America e a Hollywood si cerca di rincorrere in modo spasmodico i gusti del pubblico. Nel fare ciò il cinema americano mostra la sua fragilità. Al contempo si protegge affermando la propria identità a partire dalla situazione in cui gli Studios si muovono”.

“Per me i film vanno fatti cercando di raccontare la vita. Nel caso di ‘Sette Anime’ le critiche si sono divise. Il nostro compito come registi è quello di intraprendere delle sfide. Quel film ha fatto grandissimi incassi ed è andato molto bene da quel punto di vista. La storia di un film - vi dico – si vede a distanza di tempo, nel corso degli anni. Affermo questo, oggi, dopo 10 film realizzati. Ma - spiega - la paura di non essere perfetti è una costante umana e l’ansia di consensi è uno dei fattori che ci dà maggiore inquietudine. Senza conflitti e imperfezioni è difficile raccontare l’animo umano”. Ai ragazzi che incalzano con le domande dice: “Il cinema è emozione ed è questo quello che ci avvicina, ma il cinema è comunque intrattenimento. Un film che non ci emoziona è un film morto. Ad ogni film che faccio penso che si possa fare meglio. Non rivedo mai miei film perché credo che sempre si possa migliorare. Non siamo mai al completamento della nostra opera”.

“Nel mio modo di fare cinema il vero giro di boa l’ho avvertito dopo l’11 settembre. “L’Ultimo Bacio” è stato proiettato a Toronto la sera dell’11 settembre del 2001 e per me quello è stato un vero spartiacque”. Facendo una riflessione sulla società italiana di oggi Muccino rivolgendosi ai giovani ha detto: “Noi oggi in Italia ci troviamo in un paese che vive una forte recessione. A differenza del momento in cui sono cresciuto io ora l’Italia è bloccata che non sa più crescere e voi, che vi trovate in anni importanti e formativi, vivete nell’incertezza di un paese che vi spinge ad andar via cosa che noi non abbiamo vissuto. Da dove si viene è importante – aggiunge - sono nato a Roma dove il cinema si fa. Dove si nasce ti può cambiare e determinare parte del nostro destino”. A chi gli chiede di parlare di “Padri e Figlie” dice: “Per aver detto che le donne non possono vivere senza amore ho avuto un sacco di problemi. La frase fu detta da Diane Kruger. Non era mia e si trattava di una affermazione filtrata dalla sua fragilità. Io l’ho presa e utilizzata accettando il punto di vista di una donna e facendolo mio e a dire il vero l’ho pagata molto. Non lo rifarei. Quella frase ha dato da pensare a molti e ha fatto scrivere fiumi di inchiostro”. Muccino conclude con un’analisi sulla frammentazione dell’attenzione a cui la società odierna ci porta. Questo dice “sta creando risvolti importanti nella narrazione e nella fruizione filmica e non solo. La lentezza una volta era il racconto oggi è un difetto e viene recepita come noia”.