Negli anni Novanta c’era un piano per destabilizzare l’Italia ma a portarlo avanti non è stata solo Cosa Nostra. Anche la ‘ndrangheta ha fatto la sua parte. Per questo motivo, questa mattina la Squadra Mobile di Reggio Calabria ha stretto le manette ai polsi di due elementi di spicco dei clan calabresi e siciliani. In carcere è finito Rocco Santo Filippone, elemento organico al potentissimo clan Piromalli di Gioia Tauro e notificato una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a Giuseppe Graviano, capomafia del mandamento di Brancaccio, Palermo.

VERITA’ SULL’OMICIDIO DEI CARABINIERI FAVA E GAROFALO Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria, sono loro i mandanti dell’omicidio dei carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo, trucidati nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994, e dei due agguati che nei giorni successivi sono quasi costati la vita ad altri quattro loro colleghi, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, feriti alla periferia sud di Reggio Calabria il 1 febbraio, e Vincenzo Pasqua e Salvo Ricciardo, rimasti miracolosamente illesi dopo l’attentato subito il 1 dicembre del ’93.

STRATEGIA DI DESTABILIZZAZIONE Tutti delitti – ha svelato l’indagine coordinata dal procuratore Lombardo insieme al sostituto della Dna, Francesco Curcio – che si inscrivono in una strategia di attacco allo Stato, che dopo i brutali attentati costati la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha continuato a mietere vittime anche fuori dalla Sicilia. E non solo a Firenze, Roma e Milano. C’è stata una tappa calabrese nella strategia degli “attentati continentali”, concordata dai vertici delle mafie tutte. Un piano funzionale alla costruzione dello Stato dei clan.

PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA Sono in corso di esecuzione anche numerose perquisizioni in diverse regioni d’Italia. Alle operazioni eseguite dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, dal Servizio Centrale Antiterrorismo e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, partecipano anche i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria. I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 nella sala convegni della Questura di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Franco Roberti dei magistrati inquirenti e degli investigatori.

IL MOSAICO A oltre vent’anni di distanza dal brutale omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e dal ferimento rimasto senza perché dei loro quattro colleghi, si ricompone in un quadro inquietante quello che all’epoca fu considerato un delitto da balordi. Per arrivarci, i magistrati hanno ascoltato centinaia di boss, pentiti e non, hanno fatto sopralluoghi, cercato riscontri, incrociato informative. Perché fra le pieghe di indagini del passato, più di un’indicazione era già affiorata. Oggi però, tutti quegli elementi sparsi trovano unità in un quadro inquietante che tiene insieme le mafie tutte, pezzi deviati dei servizi, ambienti piduisti e galassia nera. Tutti responsabili – affermano i magistrati di Reggio Calabria – di aver tentato di sovvertire l’ordine repubblicano in Italia.

LE RIUNIONI Un piano che in Calabria è stato oggetto di almeno tre riunioni, la prima al villaggio turistico Sayonara di Nicotera, controllato dal clan Mancuso di Limbadi, legato a doppio filo al potentissimo casato mafioso dei Piromalli, le altre due a Oppido Mamertina. Al tavolo, c’erano i massimi esponenti dell’epoca della ‘ndrangheta calabrese e gli “emissari” siciliani di Totò Riina. Storicamente legato ai Piromalli, storico casato di ‘ndrangheta che vanta legami con la Sicilia fin dalle prime decadi del Novecento, il boss siciliano si era rivolto a loro per “convincere” i massimi vertici delle ‘ndrine ad aderire alla strategia degli attacchi continentali.

IL PROGETTO Questo tuttavia – emerge dall’indagine della Dda reggina – non era che un aspetto parziale di un piano ben più ampio e complesso, da maturare in più fasi. iniziato a maturare qualche anno prima. A svelarlo negli anni scorsi erano stati collaboratori di giustizia come Antonio Galliano e Pasquale Nucera, che avevano parlato ai magistrati del progetto delle mafie di «destabilizzare lo Stato». Un progetto cui la ‘ndrangheta non ha lavorato da sola. LOGGE SEGRETE, SERVIZI DEVIATI E CALABRIA NERA Erano i primi anni Novanta, la Prima Repubblica aveva iniziato a scricchiolare sotto i colpi di Tangentopoli e il possibile avvento del Partito comunista al potere terrorizzava le mafie e non solo. In allarme all’epoca erano entrati militari e agenti di intelligence di estrazione piduista, in passato legati all’area di Gladio, e la galassia nera che con loro spesso è andata a rimorchio. A loro, guardava con interesse – hanno svelato diversi pentiti – anche rappresentanti del mondo economico. Insieme hanno progettato di sostituire la vecchia, ormai inaffidabile classe politica, con una di nuovo conio, ma sempre pronta ad assecondare i compositi interessi di mafie, logge, pezzi deviati di Stato e grande imprenditoria. LE RIVELAZIONI CALABRESI DI SPATUZZA È in questo quadro che si inseriscono l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e i due attentati che all’epoca hanno colpito altri quattro loro colleghi. Il primo a dare precise indicazioni sulla corretta lettura di quegli attentati è stato il pentito Gaspare Spatuzza, braccio destro dei boss Graviano. Nel 2009, il collaboratore ha rivelato ai pm che il boss Giuseppe Graviano avrebbe dato l'ordine di commettere nuovi attentati per fare pressione sui referenti istituzionali dell'epoca. Perché i calabresi avevano già “aperto le danze”.

GLI ORDINI DI GRAVIANO "Si deve fare per dare il colpo di grazia – mette a verbale Spatuzza –, Graviano mi disse che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150". Si tratta dell’attentato che il 22 gennaio del ’94 avrebbe dovuto spazzare via due pullman di carabinieri allo stadio Olimpico, fallito solo per un malfunzionamento del telecomando. In Calabria, nei mesi precedenti a quel tentativo, gli uomini dei clan erano andati a segno.

LO SCACCHIERE CALABRESE Contrariamente a quanto fino ad ora noto, la ‘ndrangheta disse di sì alla proposta di partecipare alla strategia stragista. O meglio, i massimi vertici della ‘ndrangheta dissero di sì. Per questo, i mandanti dell’attentato sono da cercare fra le grandi famiglie. A individuare i sacrificabili esecutori sono stati in due, Mimmo Lo Giudice, oggi deceduto, espressione dell’èlite dei clan reggini, De Stefano-Libri-Tegano, e Rocco Filippone, uomo di vertice del clan di Melicucco, diretta emanazione dei Piromalli. Sono stati loro a forgiare e formare, Giuseppe Calabrò, nipote di Filippone, e Cosimo Villani, all’epoca minorenne e oggi pentito. Nonostante nel corso delle prime indagini sugli omicidi siano stati individuati altri complici, solo loro due sono stati condannati. Ma solo dopo molti anni dopo quella condanna hanno iniziato a raccontare la verità.