“Pio mi seguiva ovunque. Fumava sempre e non parlava. È stato lui che ha scelto me, non il contrario”, così il regista Jonas Carpignano che fotografa la comunità rom di Gioia Tauro nel film “A Ciambra” seguendo le vicende di un adolescente, Pio Amato, “tramite cui – racconta - ho conosciuto tutta la famiglia. E per fortuna i suoi familiari ‘sanno recitare’. Li conosco da 5 anni, bene da tre anni e mezzo. Ho scritto il film per loro. Ho scritto scene che ho visto”. Nel film il giovane regista, che ha trascorso l’infanzia tra Roma e New York, ritrae il divenire adulto di Pio, riprendendo dal vero, al suono di musica pop, proprio lui e la sua famiglia. Il rischio era di fare del lungometraggio un documentario e qui importante è stato l’intervento del produttore esecutivo, Martin Scorsese. “Lui è riuscito a far trovare durante il montaggio (firmato da un altro nome importante del cinema internazionale, Affonso Gonçalves, ndr) l’equilibrio tra ciò che è più documentaristico e la storia”, afferma Carpignano. L’unico volto già visto al cinema nel film è quello di Koudous Seihon (nato in Burkina Faso), con cui il regista ha già lavorato nei suoi primi due lavori, il corto “A Chjàna” e il film “Mediterranea”.

La storia è dura e fotografa la realtà senza infingimenti. “Siccome io non sono del posto, per me era molto importante rispettare la loro realtà. Sarebbe stato ingiusto imporre un messaggio alla fine”, dice Carpignano il cui film, che uscirà giovedì 31 agosto al cinema in circa 40 copie, è stato selezionato tra i 51 film che concorreranno agli European Film Awards. Chiave del film è una frase detta dal nonno di Pio: “Siamo noi contro il mondo”. Una frase che suggella la forte coesione della comunità rom. “È la loro forza e il loro limite – commenta il regista -. Tra di loro corre la sensazione che sono una cosa a parte. Tra loro non si tradiscono. Motivo per cui non riescono mai ad integrarsi nel tessuto sociale”. Resistenze da parte loro durante le riprese? “Non volevano essere ripresi in pigiama, ma di quello che fanno, i furti, loro ne vanno anche abbastanza fieri. Loro hanno solo paura che qualcuno vada lì per prenderli in giro, loro hanno capito che il mio intento non era quello ed erano sempre contenti di fare tutto”.

Dopo l’ultimo ciak la vita alla Ciambra continua come se niente fosse accaduto. “Pio – osserva Jonas Carpignano - non è neanche venuto all’anteprima del film a Gioia Tauro. Per lui il film è stato un’esperienza, si è divertito ed ora la vita va avanti”. Per Carpignano, invece, qualcosa è accaduto e la sua vita continua a Gioia Tauro. L’esperienza in questa comunità in provincia di Reggio Calabria, cominciata drammaticamente con un furto d’auto subito nel 2011, sembra averlo segnato, catturato, rapito, ed il prossimo progetto del regista racconterà proprio il legame unico degli abitanti di questa località con il loro territorio attraverso la scelta di una ragazza che trova lavoro all’estero. “Mi sento italiano, ma la mia formazione è americana – dice Carpignano -. Avrei potuto tranquillamente lavorare in America, ma io ho scelto di venire in Italia perché mi sento vicino al cinema italiano. Mio nonno Vittorio era un regista di Caroselli e mi ha fatto crescere vedendo i film di Visconti e del neorealismo. Quando ho scelto di fare film per me non c’era scelta, volevo per forza venire qua, anche se sono cresciuto lì nei multiplex”.