L’Alleanza propone un Piano Nazionale che permetta di superare le criticità. Il timore è che, nelle settimane precedenti alla presentazione della Legge di Bilancio, il dibattito politico si focalizzi sull’ammontare degli stanziamenti aggiuntivi per il prossimo anno, perdendo di vista obiettivi e progettualità. Come già accaduto in innumerevoli occasioni, si tratterebbe di una discussione su “quanto stanziare” e non su “quali obiettivi perseguire”. L’auspicio è che il dibattito politico riguardante la Legge di Bilancio verta, invece, sulla vera posta in gioco: il nuovo welfare che vogliamo costruire nel nostro Paese. Le risorse da stanziare costituiscono un elemento decisivo, evidentemente, ma bisogna discuterne nell’ambito di un confronto più ampio. Confrontiamoci sul progetto per il futuro del welfare italiano, per favore.
Dall’altra, si attiva un robusto sistema di monitoraggio, che permette di individuare le criticità presenti ed agire opportunamente per risolverle. Tutto ciò è previsto nella legge d’introduzione del Rei: bisogna ora concretizzarlo in modo adeguato ed in tempi rapidi

Le obiezioni al Piano
Oggi - nel nostro Paese - quasi nessuno nega esplicitamente la necessità di costruire una misura contro la povertà assoluta universale nell’utenza ed adeguata negli interventi. Da diverse parti, tuttavia, si afferma che questo obiettivo, seppure auspicabile, risulterebbe irrealizzabile perché “troppo ambizioso per il sistema di welfare locale” e “troppo costoso per il bilancio pubblico”. L’Alleanza ritiene che tali osservazioni non possano essere utilizzate per negare agli indigenti le opportune risposte ma che, allo stesso tempo, sarebbe sbagliato sottovalutare le reali criticità che mettono in luce. Il Piano è stato elaborato in modo da superarle, disegnando così un percorso sostenibile.

Un percorso sostenibile e la sostenibilità attuativa
Il sistema di welfare locale italiano è storicamente sottodimensionato e presenta criticità significative in numerose aree, rilevate anche nell’attuazione del Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva), la misura temporaneamente in campo in attesa del Rei1. Partendo da questo dato di fatto, i critici sostengono che realizzare un Rei universale rappresenti un obiettivo al di fuori della portata del nostro paese, a meno di non mettere a rischio la possibilità tanto di costruire efficaci percorsi d’inclusione sociale quanto di prevedere adeguate modalità di verifica del comportamento degli utenti.
L’Alleanza è ben consapevole che l’introduzione del Rei incontrerà significative difficoltà attuative, in particolare nella fase iniziale. Se così non fosse, non si tratterebbe di una riforma innovativa. Il punto è disegnare un percorso nel quale le inevitabili criticità realizzative possano essere affrontate nel modo migliore, e risolte progressivamente. Le seguenti ragioni suggeriscono che tale percorso possa essere il Piano da noi proposto.
Primo, l’approccio graduale assicura adeguati tempi di apprendimento e di adattamento organizzativo ai soggetti chiamati a fornire il Rei nei territori (Comuni, Terzo settore, Centri per l’impiego e così via). Secondo, la progressività va di pari passo con l’esistenza di certezze sul percorso e sugli stanziamenti previsti per gli anni a venire, una sicurezza imprescindibile per sviluppare la rete dei servizi locali, che permette a chi vi opera di realizzare gli indispensabili ma impegnativi investimenti in progettualità, risorse umane e finanziarie. Terzo, viene compiuto – come anticipato – uno specifico sforzo per sostenere l’attuazione del Rei a livello locale, mettendo in campo tutta la strumentazione
adeguata. Si tratta di un approccio sinora poco utilizzato in Italia. Bisogna sottolineare, infine, che il Piano coniuga l’obiettivo di un cambiamentostrutturale con quello di migliorare le risposte per gli indigenti nel breve periodo. Infatti, mentre sono da subito rese disponibili maggiori risorse per rafforzare la misura, il loro stanziamento si colloca in un percorso per la costruzione di un nuovo sistema di welfare destinato a rimanere nel tempo.
La sostenibilità economica
Altra obiezione: completare il Rei rappresenterebbe uno sforzo insostenibile per il bilancio pubblico. L’Alleanza ritiene, invece, che si tratti di una scelta impegnativa ma affrontabile. In proposito vogliamo, innanzitutto, richiamare il nostro approccio. I 7 miliardi annui complessivi richiesti non rappresentano una cifra collocata intenzionalmente ad un livello più alto del necessario allo scopo di condizionare il dibattito politico, sapendo che poi si ragionerà su cifre più basse. Come sempre, invece, le posizioni dell’Alleanza si basano su risultati di ricerca. 7 miliardi annui sono il risultato delle nostre stime scientifiche, avvalorate dal confronto con le altre analisi ed elaborazioni prodotte. Tutti i lavori scientifici, infatti, concordano nel collocare a 7 miliardi annui la soglia minima per una risposta adeguata contro la povertà assoluta in Italia. Qui viene in aiuto la gradualità prevista dal Piano, che consente di diluire il
necessario incremento dei circa 5,1 miliardi ancora necessari nel tempo, rendendolo più facilmente affrontabile dalle casse dello Stato. Procedendo per step successivi, infatti, la crescita della spesa viene spalmata lungo tre anni. Dopo aver sottolineato che si tratta di uno sforzo finanziario significativo ed aver presentato una modalità per meglio sostenerlo, pare opportuno contestualizzarlo rispetto al volume del complessivo bilancio pubblico: 5 miliardi equivalgono a meno dell’1% della spesa pubblica totale italiana.

LA LOTTA ALLA POVERTÀ IN ITALIA: SIAMO AL MOMENTO DECISIVO

L’introduzione del Reddito d’inclusione (Rei) è un’importante innovazione strutturale che riprende numerosi aspetti della misura proposta dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, recepiti durante il dibattito parlamentare e presenti nel Memorandum siglato lo scorso aprile con il Governo. Va dato atto a Governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante.La prossima Legge di Bilancio rappresenterà però un passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese. Si deciderà, infatti, se la recente introduzione del Rei costituirà l’ennesima riforma incompiuta nella storia italiana oppure il punto di partenza di un percorso capace di costruire risposte adeguate per tutti gli indigenti. Le risorse sinora rese disponibili permettono di seguire la proposta dell’Alleanza solo in modo parziale. Ad oggi, infatti, il Rei è destinato a raggiungere esclusivamente una minoranza di poveri, fornendo risposte inadeguate nell’importo dei contributi economici e da verificare nei percorsi d’inclusione sociale.

L’Alleanza propone quindi di adottare un Piano Nazionale contro la povertà 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei fino al suo completamento. Si agirà con gradualità per estendere il Rei a tutti gli indigenti, rafforzando gli interventi forniti e sostenendo l’attuazione del Rei a livello locale, dove vi è un impegno congiunto di Stato, Regioni ed altri soggetti. Alla conclusione del Piano, nel 2020, serviranno a regime circa 5,1 miliardi in più rispetto ad oggi. Solo con queste risorse e con servizi adeguati l’Italia sarà dotata di una misura nazionale contro la povertà assoluta che possa dirsi universale – ovvero rivolta a chiunque viva in tale condizione –, continuamente monitorata, adeguata nei contributi economici e nei percorsi di inclusione.

Ad oggi, come illustrato nel documento allegato, riceveranno il Rei solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. Il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura. Di fatto, il profilo attuale della misura dividerà i poveri in due gruppi: quelli che riceveranno il Rei, e quelli che non lo riceveranno. Tale discriminazione può essere compresa solo se temporanea e, quindi, da considerare come un primo passo nella prospettiva di un progressivo ampliamento dell’utenza. I dati elaborati dall’Alleanza invitano a non perdere di vista anche l’ammontare del contributo per evitare un rischio molto concreto: quello che volendo massimizzare il numero di beneficiari senza investire a sufficienza si assistano sempre più persone senza dar loro la possibilità di raggiungere uno standard di vita dignitoso.

Attenzione anche ai servizi: nella costruzione dei percorsi d’inclusione la regia è in capo ai Comuni, che operano insieme al Terzo Settore, ai Centri per l’Impiego e agli altri soggetti sociali del welfare locale. Attualmente si prevede che il 15% dei finanziamenti statali contro la povertà sia destinato ai Comuni per i suddetti percorsi. Gli studi e le analisi empiriche mostrano, tuttavia, che si tratta di una percentuale inadeguata, che dovrebbe essere portata al 20%.

ALLEANZA POVERTÀ: LEGGE BILANCIO RAPPRESENTERÀ PASSAGGIO STORICO

La prossima Legge di Bilancio rappresenterà un passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese. Si deciderà, infatti, se la recente introduzione del Reddito d’Inclusione (Rei) costituirà l’ennesima riforma incompiuta nella storia italiana oppure il punto di partenza di un percorso che costruisca risposte adeguate per tutti gli indigenti. Il documento illustra la posta in gioco e la posizione dell’Alleanza.

ALLEANZA POVERTA, IL WELFARE ITALIANO E’ AL BIVIO

La recente introduzione del Reddito d’Inclusione (Rei) ha dotato il nostro Paese della prima misura nazionale, strutturale, contro la povertà assoluta, in vigore dal prossimo 1 dicembre. Si tratta di un risultato di grande portata, dopo decenni di
disinteresse della politica italiana nei confronti di chi sta peggio. Questo esito è frutto dell’impegno di Governo e Parlamento, con i quali l’Alleanza ha fattivamente collaborato. La gravità dei ritardi accumulati nel passato, tuttavia, fa sì che vi siano ancora passi significativi da compiere.
Il disegno del Rei riprende numerosi aspetti della misura proposta dell’Alleanza contro la Povertà in Italia, il Reddito d’Inclusione Sociale (Reis), recepiti durante il dibattito parlamentare e nel Memorandum siglato lo scorso aprile con il Governo. Le risorse sinora rese disponibili, però, permettono di seguire la proposta dell’Alleanza solo in modo parziale. Ad oggi, infatti, il Rei è destinato a raggiungere esclusivamente una minoranza dei poveri, fornendo risposte inadeguate
nell’importo dei contributi economici e nei percorsi d’inclusione sociale.
La prossima Legge di Bilancio costituirà un bivio decisivo. Bisognerà, infatti, scegliere tra lasciare il Rei così com’è, aggiungendolo alla già lunga serie di riforme incompiute del nostro Paese, oppure avviare un Piano Triennale che lo estenda progressivamente a tutti gli indigenti e rafforzi le risposte previste, come richiesto dall’Alleanza contro la Povertà.

ALLEANZA POVERTA, POVERI DIVISI IN ‘SERIE A’ E ‘SERIE B’. IL REI: AREE DI MIGLIORAMENTO

I dati esaminano il profilo del Rei ad oggi - cioè in base ai fondi sinora stanziati – al fine di presentare le aree di miglioramento. Vengono analizzati i tre aspetti fondamentali nel determinare la bontà di qualunque intervento contro la povertà: le caratteristiche dell’utenza, l’adeguatezza del contributo economico e l’effettiva disponibilità di percorsi d’inclusione sociale.

I poveri raggiunti:
In Italia vivono in povertà assoluta 4,75 milioni di persone, pari al 7,9% della popolazione complessiva5. Di questi riceveranno il Rei 1,8 milioni di individui,
cioè il 38% del totale. Pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. Il Rei è attualmente destinato ai nuclei familiari con almeno un minorenne (la più ampia fascia di popolazione interessata), oltre che ai nuclei con un figlio con disabilità, a quelli con una donna in stato di gravidanza ed alcuni nuclei con persone di 55 anni o più in stato di disoccupazione. Tuttavia, anche tra i minorenni il 41% di quelli poveri rimarrà escluso perché le soglie economiche utilizzate per l’accesso alla misura risultano più basse del livello di povertà.
Il profilo attuale della misura divide i poveri in due gruppi: quelli di “serie a”, che ricevono il Rei, e quelli “di serie b”, che non lo ricevono. Tale discriminazione può essere compresa solo se temporanea e, quindi, da considerare come un primo passo nella prospettiva di un progressivo ampliamento dell’utenza. Se ciò non accadesse risulterebbe complicato motivare per quali ragioni alcuni indigenti meritino un sostegno pubblico e altri no. Ad esempio, perché le famiglie giovani con figli minori sì e quelle senza no? E le famiglie con figli maggiorenni? E quelle povere con componenti anziani? E così via. Un Rei destinato esclusivamente ad alcuni poveri danneggerebbe sia chi vive oggi nell’indigenza sia chi rischia di cadervi domani. La novità dell’Italia attuale – rispetto al passato – è che un significativo rischio di povertà non si concentra più solo in alcuni specifici segmenti della società bensì la tocca tutta: il sud ma anche il nord, i disoccupati ma anche gli occupati, i nuclei numerosi ma anche quelli con un unico figlio, e così via. Dotare il Paese di un Rei universale, dunque, vuol dire costruire un’assicurazione per la nostra intera società.

ALLEANZA POVERTA, I PERCORSI DI INCLUSIONE SOCIALE

Mentre i trasferimenti monetari assicurano le risorse economiche necessarie a tamponare l’indigenza ed a raggiungere uno standard di vita minimo, la funzione dei servizi è impegnare la persona nella costruzione del percorso di inclusione sociale e/o lavorativa, rendendo disponibili le competenze e gli strumenti per ri-progettare l’esistenza e consentirle, dove possibile, di uscire dalla povertà e - in ogni caso - di massimizzare la propria autonomia. I servizi possono riguardare il disagio psicologico e/o sociale, l’istruzione, l’impiego, i bisogni di cura e altro.
Nella costruzione dei percorsi d’inclusione la regia è in capo ai Comuni, che operano insieme ai Centri per l’Impiego, al Terzo Settore e agli altri soggetti sociali nel welfare locale. Attualmente si prevede che il 15% dei finanziamenti statali contro la povertà sia destinato ai Comuni10 per i suddetti percorsi. Gli studi e le analisi empiriche mostrano, tuttavia, che si tratta di una percentuale inadeguata, da portare al 20%. Si tratta – con le risorse attualmente disponibili - di 262 milioni (sul totale di 1759 del Fondo Nazionale Povertà) nel 2018 e 277 (su 1845) dal 2019 in avanti. Si utilizzano qui valori percentuali poiché ci si riferisce all’equilibrio tra servizi alla persona e contributi economici (ai quali vanno le altre risorse del Fondo Nazionale) previsto nel nuovo sistema di politiche contro la povertà.

La disponibilità di finanziamenti adeguati costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo del welfare locale. Bisogna anche far sì che queste risorse vengano utilizzate al meglio e verificare che ciò accada: si tratta di un obiettivo del Piano Nazionale, presentato oltre.

ALLEANZA POVERTA: GIUSTIZIA SOCIALE E INVESTIMENTO ECONOMICO

Guardare alla dimensione economica solo nei termini di maggiore spesa sarebbe, però, fuorviante. L’Alleanza della Povertà si batte per il completamento del Rei per ragioni, innanzitutto, di giustizia sociale. Anche chi non fosse sensibile a simili motivazioni, tuttavia, dovrebbe sostenere questo obiettivo perché sconfiggere la povertà significa promuovere la crescita economica. Pertanto, adeguati interventi in materia migliorano le condizioni non solo di chi ne è direttamente coinvolto ma anche della società nel suo complesso. È un punto, però, sinora sottovalutato nel dibattito italiano.
Partiamo da un interrogativo molto discusso recentemente: qual è la più efficace strategia pubblica per stimolare i consumi, così da spingere la crescita del Pil? Non ci sono dubbi, si tratta delle politiche contro la povertà. Gli indigenti sono, infatti, il miglior target al quale trasferire finanziamenti pubblici al fine di stimolare la domanda di beni e servizi poiché costituiscono il gruppo sociale con la più elevata propensione al consumo. Quest’ultimo rappresenta un esempio di un tema ben più ampio. Tra gli economisti,di diversi orientamenti politici, esiste a livello internazionale un significativo consenso nel ritenere adeguate politiche contro la povertà un investimento per lo crescita economica di un Paese. Con riferimento all’Italia, è stato recentemente scritto dal Centro Studi di Confindustria, soggetto non appartenente all’Alleanza, che “per tornare a crescere occorre anche combattere la povertà. Infatti, una diffusa indigenza si accompagna a una bassa crescita strutturale dell’economia. Le famiglie che cadono in povertà tagliano i consumi, deprimendo quindi la domanda aggregata. Anche la produttività ne risente negativamente: la forza lavoro risulta meno motivata e maggiormente afflitta da problemi di salute; le famiglie sono costrette a ridurre l’investimento in capitale umano; si inasprisce la conflittualità nei luoghi di lavoro e nella società; e, non da ultimo, diminuisce la capacità di adattamento dell’economia agli shock e ai cambiamenti”.

Qui di seguito Agricolae riporta li documento dell'Alleanza della Povertà prodotto in vista della Legge di Bilancio:

DOCUMENTO ALLEANZA POVERTA