Negli ultimi sessant’anni il consumo di suolo ha avuto andamenti diversi: nel trentennio 1956-1986 - rileva un rapporto del Centro studi di Confagricoltura - ha registrato una forte accelerazione determinata dalla crescita demografica e dallo sviluppo economico; nel ventennio 1996-2006 ulteriori, ma più contenuti, aumenti in presenza di un incremento demografico sensibilmente rallentato; un lieve rallentamento nel periodo 2006-2016, caratterizzato dalla crisi economico-finanziaria mondiale e nazionale, nonostante il quale tuttavia l’incremento del consumo di suolo resta notevolmente superiore all’incremento della popolazione.

Agricoltura e consumo di suolo in Italia Si definisce “consumato” il suolo che, per effetto delle costruzioni (edifici, strade, ferrovie, insediamenti industriali e commerciali, ecc.), cessa di essere “naturale”. Il “consumo di suolo” è dunque misurato calcolando il rapporto fra la superficie del suolo “costruito” (definito anche”urbanizzato”, “cementificato” o “impermeabilizzato”) e la superficie complessiva di una nazione, di una regione, o di una determinata categoria di territorio selezionata per altimetria, pendenza, ecc. Lo sviluppo demografico, economico e sociale produce inevitabilmente la realizzazione di edifici residenziali e produttivi, e delle connesse infrastrutture di comunicazione e servizio, quindi nuovo consumo di suolo.

La distribuzione più o meno aggregata delle costruzioni sul territorio (quindi la pianificazione urbanistica) determina una ulteriore valutazione degli effetti del consumo di suolo in relazione con il grado di dispersione delle costruzioni stesse (il cosiddetto “sprawl urbano”) e quindi con l’effetto di frammentazione del suolo naturale contiguo alle costruzioni. Tale frammentazione produce infatti una più o meno rilevante decadenza di alcuni usi funzionali del suolo, in particolare per quanto riguarda l’uso agricolo che richiede, per il razionale svolgimento dell’attività produttiva, superfici continue di adeguata dimensione.

La perdita di suolo naturale, insieme alla ricordata soddisfazione di necessità civili e produttive, determina alcune serie criticità agroambientali per riduzione: - del potenziale produttivo agrozootecnico; - della conservazione della flora e della fauna selvatica (biodiversità); - dell’alimentazione delle falde acquifere (sul suolo impermeabilizzato l’acqua defluisce in superficie e si perde in mare); - della qualità dell’aria, per emissione di ossigeno e assorbimento di anidride carbonica da parte della vegetazione. Inoltre… - la maggior quantità di acqua che defluisce in superficie espone di più il territorio ad inondazioni e frane (dissesto idrogeologico); - la minor quantità di anidride carbonica assorbita dalla vegetazione aumenta la diffusione nell’atmosfera di tale gas, che produce “effetto serra” responsabile dei mutamenti climatici (eventi meteorologici estremi, come lunghi periodi di siccità e precipitazioni molto intense). L’agricoltura è dunque coinvolta negli effetti del consumo di suolo, non solo perchè dispone di meno terreno coltivabile, ma anche per le conseguenze sul patrimonio idrico e sul clima. Ciò premesso, il Centro Studi Confagricoltura torna ad analizzare (dopo un precedente report di ottobre 2014) l’evoluzione del consumo di suolo in Italia, alla luce delle ultime stime, aggiornate al 2016 e in parte correttive delle precedenti, pubblicate dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

CONSUMO DEL SUOLO, STUDIO CONFAGRICOLTURA: CRESCITA PASSA DAL + 26.6 AL +12%

Negli ultimi sessant’anni l’andamento del consumo di suolo - rivela un'analisi del Centro studi di Confagricoltura - presenta nel trentennio 1956-1986, una forte accelerazione (+26,6% per decennio) determinata dalla crescita demografica (+5,3% per decennio) e dallo sviluppo economico; nel ventennio 1996-2006, ulteriori, ma più contenuti incrementi (+ 14% per decennio fra il 1996- 2006), in presenza di un incremento demografico sensibilmente rallentato (+1,3% per decennio); - un lieve rallentamento nel periodo 2006-2016, caratterizzato dalla crisi economico-finanziaria mondiale e nazionale, quando peraltro l’incremento del consumo di suolo (+12,4%) resta notevolmente superiore all’incremento della popolazione (+4,4%) .

Ma l’evoluzione della percentuale di suolo edificato rispetto alla superficie nazionale  -prosegue l'analisi - non esprime correttamente le potenzialità produttive agricole perdute col consumo di suolo considerando che il territorio italiano è caratterizzato da una quota rilevante di suoli di alta montagna o in forte pendenza, non coltivabili e non urbanizzabili.

Così, prendendo in considerazione la percentuale di suolo edificato per fascia altimetrica, rileviamo che le costruzioni si concentrano soprattutto in pianura (11,9% nel 2016), dove ci sono i terreni agricoli più produttivi, mentre sono circa la metà in collina (5,8%) e ancora più contenute ad oltre 600 metri di altitudine (2,7%).

Più marcata è la prevalenza del consumo di suolo nei terreni con pendenza inferiore al 10%, che arriva (2016) al 12,8%, con punte del 24% in Liguria, del 20% in Campania, comunque superiori al 10% in 15 regioni su venti. Le regioni con il più elevato consumo di suolo complessivo sono: Lombardia (12,8%), Veneto (12,2%) e Campania (10,7%).

CONSUMO DEL SUOLO, STUDIO CONFAGRICOLTURA: INCIDENZA URBANIZZAZIONE SU TERRA AD USO AGRICOLO

Nei 52 anni fra il 1961 e il 2013, la SAU a disposizione dell’agricoltura italiana - rivela un rapporto elaborato dal centro studi di Confagricoltura - si è ridotta di circa 6,4 milioni di ettari ad una media annua di -124 mila ettari (tabella 5). Più o meno nello stesso arco di tempo (1956-2016) l’urbanizzazione ha occupato in media 24 mila ettari l’anno di suolo, pressoché tutto precedentemente destinato all’attività agricola. Dunque, circa un ettaro su cinque di SAU perduta deriva dall’urbanizzazione mentre gli altri quattro hanno cessato di essere coltivati per il venire meno della convenienza economica.

Tuttavia se confrontiamo le medie annue di perdita di SAU e di incremento del suolo urbanizzato per periodi lontani e recenti, pur non coincidendo esattamente gli anni di rilevamento, vediamo chiaramente come l’incidenza dell’urbanizzazione sulla perdita di SAU, nella seconda metà del secolo scorso sia stata nettamente inferiore (16%) a quella dei primi anni del secolo attuale (43%). Ciò significa che nel primo periodo la riduzione di SAU è da attribuire il larga misura (86%) all’abbandono delle terre agricole marginali, mentre nel secondo periodo gli effetti sulla perdita di SAU dell’abbandono delle terre marginali (57%) tendono ad avvicinarsi a quelli dell’urbanizzazione (43%).

Per una più attenta lettura degli effetti dell’urbanizzazione sulla riduzione della SAU, va inoltre tenuto presente che l’uso agricolo del suolo può essere compromesso, non solo per la superficie netta occupata dalle costruzioni, ma anche dalla dispersione delle costruzioni stesse sul territorio: la diffusione di piccoli spazi “verdi” interclusi fra le opere edilizie sottrae infatti al razionale uso agricolo ulteriori rilevanti quote di SAU. La dispersione delle aree costruite coinvolge, a diverse distanze dal perimetro delle aree stesse, il territorio “naturale” circostante, determinando soprattutto la scomparsa di piccole aziende agricole: fra il 2000 e il 2010, le aziende di superficie agricola totale inferiore a 2 ha sono diminuite di 580 mila unità (-44%) per oltre 420 mila ettari (-38%).

CONSUMO SUOLO, STUDIO CONFAGRICOLTURA: ECCO COSA SUCCEDE IN UE

Uno studio sul consumo di suolo nell’Unione Europea, condotto su incarico della Commissione nel 2012, colloca l’Italia al quarto posto, fra i principali paesi agricoli dell’Unione, per quota complessiva di suolo edificato rispetto alla superficie nazionale, dopo Olanda, Belgio e Germania. Tuttavia - rivela un'analisi condotta dal Centro Studi di Confagricoltura - se prendiamo in considerazione il consumo di suolo nei territori con pendenza inferiore al 10% (circa 13% nel 2016), vediamo che, pur tenendo conto della disparità temporale dei dati, il nostro paese è molto vicino ai valori massimi riscontrati nell’UE, che riguardano appunto paesi (Olanda e Belgio) il cui territorio è pressoché totalmente pianeggiante.

Nella seconda metà del secolo scorso l’urbanizzazione in Italia, pur fortemente sostenuta fino agli anni ‘80 dall’incremento demografico e dallo sviluppo economico, ha contribuito marginalmente (15%) al ridimensionamento della superficie destinata alle attività agricole, determinato soprattutto dalla cessazione delle coltivazioni nelle zone scarsamente produttive. Dall’inizio del secolo attuale il quadro è sostanzialmente cambiato: si è costruito molto e disordinatamente in presenza di contenuti incrementi demografici e di una crescita economica prima rallentata (2000-2006), poi negativa (2007-2012), oggi (2013-2016) in debole ripresa. In questo periodo oltre il 40% della diminuzione della SAU (-781 mila ettari fra il 2000 e il 2013) deve attribuirsi alla crescita netta del suolo urbanizzato; altra SAU si è perduta a causa della diffusa frammentazione delle aree agricole e delle aree urbanizzate che ha compromesso la sopravvivenza soprattutto delle piccole aziende agricole (-580 mila per -423 mila ettari fra il 2000 e il 2010, quelle di superficie inferiore ai 2 ettari).

Nel 2016 il suolo coperto da costruzioni ha raggiunto il 7,6% del territorio nazionale con un’incidenza del 13% nei terreni pianeggianti, che per l’agricoltura sono i più produttivi. Anche in considerazione del fatto che il settore agroalimentare è un punto di forza dell’economia italiana, in particolare per quanto riguarda le produzioni del Made in Italy, è essenziale ed urgente arrestare la sottrazione di suolo all’agricoltura adottando politiche di più razionale uso del suolo già urbanizzato, peraltro in parte previste da un discusso disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento. Vi sono infatti fondate preoccupazioni che, con l’auspicata piena ripresa dello sviluppo economico, il consumo di suolo, leggermente rallentato negli ultimi anni, riprenda a crescere a ritmo sostenuto compromettendo ulteriormente le potenzialità produttive del settore agricolo e i preziosi servizi ecosistemici connessi allo stato naturale del suolo (mitigazione del clima, mantenimento degli equilibri idrogeologici, miglioramento della qualità dell’aria, ecc.).