Il dossier giuridico a sua firma pubblicato dalla testata “Agricolae” il 1° agosto scorso è ad oggi una delle più importanti e autorevoli pubblicazioni scientifiche sul CETA prodotte in Italia. Stiamo parlando di Luigi Cerciello Renna, presidente del Centro Studi “AgriEthos” e direttore della formazione dell’Osservatorio dell’Appennino Meridionale, che, a pochi giorni dalla notizia proveniente dalla Francia del giudizio critico formulato dal comitato di esperti che il governo transalpino aveva istituito qualche mese fa per formulare pareri ed emendamenti relativi all’approvato testo del Trattato, ha rilasciato per noi un’intervista in cui ha affrontato questo come alcuni degli altri punti all’ordine del dibattito divampato nel nostro Paese.

Il suo dossier giuridico ha un titolo emblematico: “Il caso CETA UE-Canada. Analisi di una polemica giuridicamente infondata”. Come spiega il largo fronte di politici che in Italia si è schierato apertamente contro il Trattato?

Penso che, fisiologicamente, le ragioni contingenti della politica non siano sempre perfettamente sovrapponibili a quelle del diritto. Comprendo i tanti parlamentari e amministratori che hanno deciso di scendere in campo contro il CETA, perché stanno cercando di dare espressività istituzionale agli orgogli territoriali e soprattutto alle preoccupazioni che oggi attraversano non poche componenti sociali e produttive del Paese. Tuttavia, sentivo l’obbligo di pormi da un angolo visuale diverso, dando risposte a un interrogativo cruciale mai affrontato: il CETA è conforme al diritto commerciale internazionale oppure no?

E le oltre 20 pagine della sua pubblicazione ben argomentano al riguardo. Cosa risponde a chi lamenta che il CETA protegge un numero esiguo di tipicità agroalimentari italiane, essendo rimasti esclusi molti importanti marchi nostrani di qualità?

Che innanzitutto non si tratta di un numero immodificabile di appellazioni, in quanto è espressamente previsto che il Comitato misto CETA, composto da rappresentanti dell'UE e del Canada, possa sempre aggiungere nuove indicazioni geografiche all’elenco dei marchi protetti. Quindi, sarebbe meglio darsi da fare nel documentare la necessità di ricomprendervi anche questa e quella indicazione geografica oggi non presente nella lista. Aggiungo poi che, sul totale di 172 denominazioni europee ammesse, contro nessuna del Canada, per l’Italia sono presenti 41 DOP e IGP. Ebbene, al nostro Paese, ai fini della protezione nei confronti di un solo Paese terzo, è stato riconosciuto un numero di indicazioni geografiche pari al totale di quelle continentali che la Commissione europea ha tempo fa proposto all’intera comunità mondiale per la relativa protezione, nel corso dei negoziati del ‘Doha Round’.

E c’è poi da considerare che da anni la Commissione, nell’intraprendere nuovi accordi commerciali, ricorre alla regolamentazione denominata ‘Trips plus’, che prevede tra l’altro un piano di tutele diverso a seconda del differente contesto domestico di questo e quello Stato partner. E’ così che, ad esempio, il nostro Prosecco Doc è sì assente nella lista CETA ma identifica un marchio che, a differenza di tanti altri, ha già ottenuto il riconoscimento di indicazione geografica in Canada, in forza dell’iter amministrativo avviato autonomamente in loco dal Consorzio italiano di tutela.

Da più parti si solleva il timore che a seguito del CETA il mercato europeo sarà invaso da ogm e carne agli ormoni largamente diffusi in Canada. Cosa dice al riguardo?

Per gli OGM, resterà pienamente in vigore la Direttiva europea 18 del 2001/18 sull'emissione deliberata nell'ambiente di organismi geneticamente modificati, così come modificata dalla Direttiva 412 del 2015. E, nel caso delle carni con gli ormoni, resterà pienamente in vigore la Direttiva europea n. 22 del 1996, concernente il divieto d'utilizzazione di talune sostanze ad azione ormonica, tireostatica e delle sostanze ß-agoniste nelle produzioni animali.

A latere dei suoi approfondimenti giuridici, quale aspetto del dibattito nazionale sul CETA l’ha colpita più di altri?

In particolare, il livello di proselitismo raccolto dal fronte del dissenso contro il CETA, che segna l’ennesimo caso in cui si tende ad accordare centralità più al profilo degli organizzatori di una protesta che non al merito tecnico della contesa stessa.

Lei da tempo argomenta contro le distorsioni del sistema normativo italiano in materia agroambientale, puntando spesso il dito contro gli ostacoli per una efficace tutela delle produzioni locali. Ma nel Suo Dossier sul CETA si scaglia contro quanti ne hanno fatto motivo di protesta. Può spiegarci?

Ho in sostanza messo in guardia dal rischio che nel nostro Paese la tutela dei prodotti locali si trasformi da giusta priorità in ideologia. Occorrerebbe prendere atto che l’agricoltura italiana è oggi attraversata dalle tendenze neo-protezionistiche di elìte e gruppi che hanno fatto del localismo il proprio manifesto politico.

Qual è il Suo giudizio sul giudizio critico formulato dal gruppo di esperti che il governo francese ha incaricato di valutare gli effetti del CETA?

Che, nel complesso, si tratta di un responso con prospettiva politica. Non posso credere sia un caso che abbiano concluso che il CETA sia poco ambizioso in materia ambientale, visto che tra i grandi obiettivi dichiaratamente perseguiti dalla presidenza Macron vi è quello di presentare un nuovo piano per il clima e l’energia entro il 2018 e di far guadagnare sul tema alla Francia la leadership continentale e mondiale. Ma si deve puntare alla grandeur d’Europa, non a quella dei singoli Stati.

Per saperne di più:

CETA, DOSSIER GIURIDICO CON I PRO E I CONTRO. ANALISI DI UNA POLEMICA GIURIDICAMENTE INFONDATA