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POL - Il papello, il foglio strappato e l’Orco di Stato
Roma, 8 ago (Velino) - Massimo Ciancimino aveva promesso di consegnare ai magistrati il “papello”, l’elenco delle richieste che Totò Riina avrebbe fatto allo Stato nel 1992 per far cessare le stragi. Al posto del “papello” Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati un foglio strappato e il numero di telefono di un presunto “agente segreto deviato”. Più esattamente, sia il foglio strappato sia il numero di telefono erano in possesso dell’autorità giudiziaria almeno da tre anni, da quando il foglio strappato era stato sequestrato assieme ad altre cianfrusaglie nel garage di una società risalente ai Ciancimino e da quando al momento dell’arresto di Massimo Ciancimino gli avevano sequestrato il telefonino. Al foglio strappato non avevano dato molta importanza e se ne erano dimenticati, lo stesso Massimo Ciancimino, ammesso che ne sia stato mai a conoscenza, non ne aveva mai parlato, lo hanno riscoperto per caso mentre aspettavano il “papello”. Del numero di telefono aveva parlato Massimo Ciancimino a proposito del presunto “agente segreto deviato” che sarebbe stato per anni in contatto con lui e suo padre Vito: non so niente di lui,aveva detto ai magistrati, tranne che si chiama Carlo o Franco e che ha una faccia indimenticabile, deformata com’è da una malformazione alle labbra (come l’Orco della favola,come non può non essere un agente segreto deviato, che deve spaventare la gente solo a vederlo), ma avevo il suo numero di telefono, deve essere in una delle sim che mi avete sequestrato con il telefonino. Ma non trovavano più la sim, non era nemmeno agli atti del processo d’Appello in corso contro Massimo Ciancimino, già condannato in primo grado per riciclaggio, poi l’hanno ritrovata, non si sa dove, e ora stanno cercando il numero di telefono del mostro.
Né il foglio strappato né il numero di telefono dell’Orco possono sostituire il “papello” sempre più introvabile, ma in mancanza della prova regina della trattativa tra lo Stato e la mafia, potevano servire a tenere in vita in qualche modo le indagini, se non ne avessero fatto, sia del foglio strappato sia della sim col numero di telefono, un uso mediatico imprudente, prematuro ed eccessivo. Il foglio strappato sarebbe ciò che resta di una lettera autografa, scritta da Totò Riina nel 1992, al momento delle stragi, e diretta a Silvio Berlusconi. Ciò che resta del foglio però non reca né il destinatario né la firma dello scrivente, anche se è diretta, secondo il verbale del sequestro, “all’onorevole Berlusconi” (ma nel 1992 Berlusconi non era nemmeno sceso ancora in politica: potenza divinatrice del mafioso o del carabiniere), e anche se non gli chiede la revisione dei processi di mafia e l’abolizione del carcere duro previsto dall’articolo 41bis, come si vorrebbe che Riina avrebbe scritto nel “papello”, ma più modestamente la mafia vuole da Silvio soltanto la concessione di una televisione. Potevano tuttavia, pur avendola riscoperta con tre anni di ritardo, non farlo sapere a tutto il popolo italiano e servirsene per indagare, il più segretamente possibile, in direzione di Silvio Berlusconi e del suo amico Marcello Dell’Utri, che l’avrebbe ricevuta da Vito Ciancimino, a cui l’avrebbe passata Provenzano a cui l’avrebbe data Riina. Potevano magari convocare Dell’Utri in Procura,mostrargli a sorpresa la lettera e chiedergli: la riconosce? Non è Lei che ha portato questa lettera a Silvio? E magari chiedere a sé stessi:ma se questo è l’originale della lettera scritta da Riina a Berlusconi, perché l’abbiamo trovata nel garage di Ciancimino e non nella biblioteca di Dell’Utri, tra i suoi libri antichi, oppure ad Arcore, sotto il letto regalato da Putin a Berlusconi? Ma come si fa a indagare seriamente, sfruttando magari la sorpresa, se l’esistenza del foglio strappato con la presunta lettera è stata subito resa pubblica e se ne è parlato per giorni e per settimane sui giornali e in televisione?
Peggio ancora è andata con il numero telefonico del mostruoso agente segreto deviato. Prima si è rivelato all’universo mondo che Massimo Ciancimino aveva parlato di lui e delle sue deformità, poi che aveva detto di averne posseduto il numero di telefono,e comunicandolo sempre in diretta, mano a mano che Ciancimino deponeva, poi che non si trovava più la sim che avrebbe dovuto contenere il numero, e infine, la sera stessa del giorno in cui si era parlato della sim, la si è mostrata in diretta televisiva: attenzione, questo è stato fatalmente il messaggio inviato pubblicamente al mostruoso agente segreto, se mai è esistito e se mai esiste, abbiamo ritrovato la sim, ora cerchiamo il numero e ti veniamo a prendere (e se quello nel frattempo ricorre al chirurgo plastico?). Ma sarà poi vero che costoro con tutto questo continuo fracasso stanno seriamente indagando sulle cosiddette trattative tra lo Stato e la mafia? La marina borbonica,ai tempi degli ultimo Re borbonici di Napoli, aveva un regolamento che cercava di sopperire alle deficienze numeriche e professionali e d’armamento degli equipaggi delle navi con la regola cosiddetta della “ammoina”, la confusione, l’agitazione a vuoto, il falso movimento: che, nel momento dello scontro e del pericolo, i marinai si mettano a correre velocemente e rumorosamente sulla nave, corrano da poppa a prua e da prua a poppa, da babordo a tribordo e da tribordo a babordo, senza fermarsi mai, fino alla fine della battaglia. Non è che questi professionisti dell’antimafia sono piuttosto dei dilettanti incapaci di indagare seriamente, e fanno solo ammoina?